“l’Altra Vicenza” nell’esperienza delle donne del No Dal Molin

intervento di Clara Jourdan

per l’incontro di  sabato 15 maggio 2010 a Catania

Ringrazio le donne e gli uomini di Città Felice per la loro idea e la loro politica di città. Trovo bello e significativo intendere la propria città, con i suoi problemi, con le sue contraddizioni, conflittualità  e sofferenze, come una città felice, è un nome che apre l’orizzonte oltre i luoghi comuni. Nel marzo 1998 sono venuta qui a festeggiare il quinto compleanno dell’associazione Città Felice: l’incontro era intitolato «Oltre Catania», per dire che era il momento che quell’idea e quella pratica circolassero oltre i propri confini. Nei dodici anni che sono passati da allora, in effetti si sono moltiplicati gli scambi e i rapporti con donne e uomini di altre città, e si è creata una rete con il nome Città Vicine. Ma quell’«Oltre Catania» aveva anche il significato di spingere al lavoro del pensiero, a una riflessione sul senso del vivere in città e sull’apporto delle donne e delle pratiche femminili nella modificazione della vita cittadina. Anche per questo trovo che l’incontro di oggi sia specialmente importante: Antonella Cunico e altre donne di Vicenza sono arrivate a un’elaborazione estremamente interessante per tutte e tutti coloro che si impegnano nella città. E ci sono arrivate per una strada diversa da quella di molte di noi qui. Come forse sapete, e come sentiremo dalla voce di lei, protagonista di quei fatti, a Vicenza all’inizio non c’era il proposito di creare un’Altra città. All’inizio le persone si sono aggregate per opporsi alla costruzione di una base militare statunitense: il resto è venuto strada facendo.

Prima di ascoltare Antonella, vorrei richiamare la nostra attenzione sul valore politico di quanto è accaduto a Vicenza. Nel libro di Diotima Potere e politica non sono la stessa cosa (Liguori, Napoli 2009), il contributo di Antonella Cunico intitolato «Per un’Altra Città. Storie e percorsi nel movimento No Dal Molin», comincia con queste parole: «Lo scopo di questo testo è raccontare una vicenda che ha cambiato il corso della storia della mia città e insieme la vita quotidiana di molte persone che la abitano». Quando Antonella scrive queste parole, a metà dell’anno scorso, a Vicenza sono già cominciati i lavori per la costruzione della base militare contro la quale è nato e si è battuto per tre anni il movimento No Dal Molin. Che senso ha allora dire che ha cambiato il corso della storia, se la base viene costruita lo stesso? Non sarebbe più giusto dire che purtroppo ha solo interrotto brevemente il corso della storia, un corso che poi è continuato come se niente fosse? Sono sicura che qualcuno si sarà fatto queste domande. Ne sono sicura perché ricordo molto bene quello che è stato detto da molte e molti quando, dopo la grande manifestazione mondiale del 15 febbraio 2003 per impedire che gli Usa facessero la guerra all’Iraq, il presidente Bush ha attaccato lo stesso: è stato detto che la mobilitazione non era servita a niente. «Chi si disperava era disposto ad accettare una sola vittoria, quella che non abbiamo ottenuto: prevenire la guerra in Iraq», scrive Rebecca Solnit nella sua raccolta di articoli Speranza nel buio. Guida per cambiare il mondo (Fandango, Roma 2005), e dice che proprio quell’ondata di disperazione l’ha spinta a scrivere sulla speranza, per far capire che si può aver innescato un cambiamento anche non ottenendo il risultato per cui si è lottato. «È sempre troppo presto per tornare a casa - scrive. - Ed è sempre troppo presto per calcolare gli effetti delle proprie azioni» (p. 9). Sono d’accordo. Il cambiamento incredibile operato dalla mobilitazione del 15 febbraio 2003 è stato proprio la mobilitazione stessa, il fatto che in tutto il mondo si sia detto no alla guerra: anche se le guerre continuano, è cominciata l’epoca in cui si può pensare di farla finita con la guerra. Si è insomma innescato un cambiamento culturale profondo. Perché, come scrive ancora Rebecca Solnit, «queste trasformazioni hanno inizio nell’immaginazione, nella speranza» (p. 10). Ma «il cambiamento più basilare, quello da cui deriva tutto il resto, è il più difficile da identificare. Significa che la politica nasce dalla diffusione delle idee e dalla immaginazione che prende forma. Significa che gli atti simbolici e culturali hanno un vero potere politico. E significa che i cambiamenti che contano non si svolgono semplicemente in scena sotto forma di azione ma nelle menti di coloro che vengono descritti come il pubblico. La rivoluzione che conta è quella che avviene nell’immaginazione [...] il che equivale ad affermare che la rivoluzione non si presenta necessariamente come una rivoluzione» (p. 34). La Solnit è un’autrice americana molto attiva nei movimenti politici della nostra epoca, e in Via Dogana ci siamo trovate in consonanza con questa posizione, tanto che abbiamo intitolato l’ultimo numero della rivista Cambiare l’immaginario del cambiamento (vedi specialmente l’articolo di Lia Cigarini).

Quello che hanno fatto Antonella Cunico e altre e altri del movimento No Dal Molin è stato immaginare e praticare un’altra città. «Sono cambiati i volti stessi dei nostri concittadini e delle nostre concittadine. [...] È cambiata l’immagine della città: c’è stata una rivolta contro il nulla costituito dal “troppo pieno”, contro la città opulenta che pensa solo a se stessa», scrive Antonella nello stesso numero della rivista, in un articolo intitolato «Vicenza salva». Quindi, se pure la base militare sarà costruita, l’importanza politica di ciò che è accaduto non viene meno: la città di Vicenza adesso sa che esiste l’Altra città, e lo sappiamo anche noi. E questa Altra città vive nella vita quotidiana di molte persone. Perciò è proprio vero che quella vicenda ha cambiato il corso della storia di una città. E possiamo anche dire che in questo modo ha cambiato un po’ la storia di tutte e di tutti noi, aprendo una possibilità nuova. Per questo sono, siamo grate al movimento No Dal Molin, e in particolare alle donne che hanno lavorato ed elaborato questa altra città.

Vorrei concludere accogliendo la città di Vicenza nelle Città Vicine. Città Vicine è il nome proprio che si è dato una rete di città in rapporto tra loro per relazioni personali e tra gruppi di donne e di donne e uomini. Ma città vicine è soprattutto il nome comune di città che si riconoscono una vicinanza nell’amore per la città e nel lavoro politico sulla città, da parte di donne e uomini che ritengono che con la politica in prima persona «si cambi il corso della storia e insieme la vita quotidiana delle persone» (per riprendere le parole di Antonella Cunico). È una vicinanza che si sente specialmente quando si dà parola e ascolto alla differenza femminile che si esprime nella vita cittadina, come fa la Città Felice con le sue iniziative che vogliono incidere anche sull’urbanistica, o come fanno altre associazioni, per esempio La Merlettaia con le sue proposte culturali e artistiche per Foggia. È una vicinanza che si crea anche senza intervenire direttamente nelle questioni della città. Penso a Milano, vicina a Catania e a Vicenza a causa che c’è la Libreria delle donne, anche se l’agire di gran parte di noi non è diretto a creare un’altra città e anche se non sappiamo bene come Milano sia influenzata dalla nostra presenza. L’esistenza di pratiche e pensiero di donne avvicina le città, e ci fa sentire a casa quando siamo in un’altra città, come abbiamo sperimentato in molte. Per me è una felicità e un grande onore accogliere Vicenza tra le Città Vicine. Grazie.

 



La Rivista Marea

Invita alla presentazione del numero dedicato

all’ecofemminismo

VaNDAna e le aLTRe

L’ecofemminismo salverà il mondo?                              

costruire un nuovo modello di sviluppo,

promuovere un nuovo atteggiamento nei confronti della salvaguardia dei beni fondamentali come l’acqua e l’aria,

sostenere una gestione equilibrata della Terra e del territorio:

sono temi di particolare attualità a Vicenza, dove si assiste alla devastazione di una delle ultime aree verdi della città

 dibattito sul rapporto fra ecologia e femminismo, con la presentazione della rivista

 MAREA  che dedica a questo tema un intero numero

"Noi donne, in tutta la nostra vibrante e favolosa diversità, siamo testimoni della crescita delle aggressioni contro lo spirito, la mente e il corpo umano, e la continua invasione ed assalto contro la terra e le sue diverse specie. E siamo infuriate."

Questa era la frase di apertura del numero di Marea del marzo 2001, prima del G8 di Genova, quando a giugno la nostra rivista organizzò PuntoG, appuntamento internazionale di donne sulla globalizzazione che aprì in anticipo i forum tematici per un'altra globalizzazione, contro il neoliberismo selvaggio e inumano. A dieci anni da allora i temi che ruotano intorno al rapporto umanità, stato della terra e delle risorse sono ancora al centro dei proclami delle enclave dei governi; ma la sensazione è che poco stia cambiando. I movimenti ecologisti premono perché soprattutto le nuove generazioni siano sensibilizzate e alfabetizzate verso un'idea e una pratica di consumo sostenibile, ma solo nicchie di mercato, di politica e di opinione pubblica vanno in quella direzione. Poco si fa per dare valore e impulso anche all'ecologia del quotidiano, facendo apparire come inefficace e quasi inutile l'impegno singolo, rimandando solo alle strutture forti (i governi) la possibilità di incidere davvero. L'ecofemminismo ha, fin dalla sua nascita, ribaltato questa visione, dando grande valore anche al cambiamento individuale come motore di quello collettivo. E sostenendo che l'oppressione subita dalle donne e il deterioramento ambientale sono prodotti dai valori patriarcali, che generano entrambi le ingiustizie.

Oggi le donne, da vittime come lo è la Terra, sono passate a prendere parola e a promuovere azioni per fermare la distruzione delle risorse, scongiurando la tragica ipotesi di un lascito di un pianeta devastato e infecondo. Come sempre, quando il movimento e il pensiero delle donne si connette con altre filosofie e pratiche di cambiamento, i risultati sono incoraggianti. In questo numero abbiamo cercato di dimostrare come l'ecofemminismo sia uno di questi.

Monica Lanfranco

 www.monicalanfranco.it

Alcuni articoli sono disponibili al sito di Marea www.mareonline.it

 
 
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