La forza e le pratiche delle donne
L’Associazione La Città Felice La rete delle Città Vicine
Invitano all’incontro
La forza e le pratiche delle donne oltre la crisi
Venerdì 11 maggio 2012 – ore 17.00
Aula 67 ex Monastero dei Benedettini
Piazza Dante - Catania
ne discutono con
Annarosa Buttarelli
Docente di Filosofia dell’Università di Verona e della comunità filosofica Diotima di Verona
Antonella Cunico - Associazione Femminileplurale di Vicenza, Giusi Milazzo - Segretaria provinciale SUNIA,
Rosa Maria Di Natale - giornalista e docente di giornalismo
Coordina Anna di Salvo - La Città Felice
C’è una preferenza femminile per le relazioni sperimentata e provata storicamente dove c’è superiorità del pensiero politico e non prevalenza dei rapporti di forza.
Attraverso l’analisi della parola economia (Oikonomìa in greco = conduzione equilibrata della casa), scopriamo che nella Grecia classica “l’economia” era legata a un principio che nasce come sapere e non come potere.
Letture consigliate:
“Sovrane” di Annarosa Buttarelli e “Per un’Altra Città” di Antonella Cunico da Potere e Politica non sono la stessa cosa (Liguori ED., 2009)
Penelope a Davos – Idee femministe per un’economia globale. Quaderni di Via Dogana – Libreria delle donne di Milano (2011)
La vita alla radice dell’economia a cura di Vita Cosentino e Giannina Longobardi – MAG, 2007
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le primavere arabe – 16 marzo 2012
Azzurra Meringolo, giornalista, autrice del libro “I ragazzi di Piazza Tahrir”,
alle ore 11 incontra gli studenti degli Istituti Boscardin, Fogazzaro, Piovene nell’aula magna dell’Istituto Boscardin in Via Baden Powell 35 a Vicenza
alle ore 20.45 incontra il pubblico presso il Centro Studi Presenza Donna in Via San Francesco Vecchio 20 a Vicenza
Introduce Elisabetta Bartuli, arabista
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“Là qui Là – vite disperse – voci e immagini da L’Aquila”
Centodonnecentobici, Donneinreteperlapace, Femminileplurale, Gruppo Donne del Presidio NO Dal Molin,
invitano a partecipare alla serata
“Là qui Là - vite disperse – voci e immagini da L’Aquila”
Venerdì 9 dicembre alle 20.45 ai chiostri di Santa Corona
L’iniziativa ha lo scopo di tener viva l’attenzione su una città tra le più belle d’Italia, ancora ferita, militarizzata, lasciata nel totale abbandono e nel silenzio, senza un piano di ricostruzione e che continua ad essere gestita con ordinanze che la sottraggono ai suoi abitanti.
Attraverso video e testimonianze, ascolteremo le donne aquilane che in prima persona raccontano il dramma della diaspora, del dopoterremoto, del dopocampo, che quotidianamente continua e si consuma nel silenzio mediatico.
La raccolta di fondi vuole contribuire alla realizzazione di un loro sogno: dare a L’Aquila una casa delle donne, una casa in pieno centro, nella zona rossa, da costruire anche grazie alla solidarietà sorta dopo l’incontro nazionale organizzato dal Comitato Donne Terre-Mutate a L’Aquila il 7 e 8 maggio scorso e che si è concretizzata in questa “staffetta” che Vicenza con altre città italiane ha l’onore di ospitare.
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L’incuria che uccide
riceviamo dall’amica Monica Lanfranco questo articolo
Fino a 50 anni fa era ancora possibile fantasticare sulla fine del mondo rappresentandola come un momento sincronico, nel quale a causa di un evento unico (il bottone premuto da qualche potente impazzito, la bomba sganciata in un luogo che innesca una reazione a catena..) il pianeta implodeva, (o esplodeva), e la vita così come fin lì era nota terminava. Ora sappiamo che così non è: da decenni nel mondo si susseguono, alcune nel silenzio altre nel clamore momentaneo, piccole e grandi catastrofi che di fatto descrivono un mosaico di perdita, danno, avvelenamento e strage di vite umane, animali e vegetali che sono già la fine del mondo. Quando 20 anni fa è nato il mio primo figlio ho preso atto che almeno 12 corsi d’acqua e 3 laghi erano scomparsi, e nemmeno i nomi avrebbe mai saputo.
Così, nella mia regione d’origine, le cinque terre ora sono diventare tre, e a distanza di 40 anni ho rivissuto a Genova la violenza dell’acqua che porta morte dal cielo ma anche da sotto terra, e quest’ultima uccide perché male imbrigliata e resa elemento assassino dall’incuria umana.
Mi ha colpita una breve riflessione di una donna genovese, Lidia Prato, che ha ricordato in maniera vivida quello che accadde nel ‘70, quando l’intero quartiere dove abito, la Foce, si trasformò in una laguna ruggente: ”Genova non era Firenze e non suscitò l’ondata meravigliosa di affetto e di amore per la cultura che portò migliaia di giovani da tutto il mondo a spalare per salvare e riportare alla luce i tesori dell’arte fiorentina, patrimonio di tutta l’umanità. Genova dovette fare quasi da sola e lo fece con grande passione e dignità. Le scuole furono chiuse e i giovani, da tutte le zone della città si armarono di pale e stivali e si presentarono nei luoghi più colpiti a chiedere se c’era bisogno di una mano. All’inizio, si trattò di interventi spontanei e sporadici: si aiutava il negozio conosciuto, si spalava sotto casa o nella strada dove abitavano parenti o amici. Ma, a poco a poco, i soccorsi si organizzarono. Il punto di raccolta era la palestra del Liceo D’Oria, di fianco alla Questura, ai piedi della scalinata con le grandi caravelle floreali. I ragazzi arrivarono a gruppi o singolarmente, venivano organizzati in squadre e inviati nei punti dove c’era più bisogno. Le scuole, ovviamente, chiusero per almeno due settimane e un’intera generazione si trovò a vivere una straordinaria avventura di solidarietà e di libertà. Il simbolo di quei giorni era l’impronta di una manata sporca di fango che i ragazzi si davano vicendevolmente sulle magliette. Bastava quella per salire su un autobus (allora c’erano i bigliettai) senza pagare e la gente ti guardava con rispetto e ammirazione. Si viveva fuori casa, si spalava per ore e ore sotto il sole e dai negozi di ogni strada (gente che aveva perso tutto o quasi) arrivava sempre la focaccia calda da mangiare e un fiasco di vino. Le regole abbastanza rigide di allora saltarono completamente (quasi più che durante il ’68) e, per la prima volta, la generazione dei “capelloni” che la serissima Genova aveva sempre considerato con una punta di severità, si guadagnò sul campo la stima di tutti. Per le strade fiorirono i cartelli “Grazie giovani” e i giornali lanciarono una specie di concorso di idee per “ringraziare” gli “angeli col fango sulle magliette”. Non se ne fece nulla o quasi, i ragazzi tornarono a scuola. Qualche pezzo di libertà rimase nei comportamenti di tutti i giorni, molto di più nel cuore e nei ricordi di quelli che lavorarono giorni e giorni per salvare la loro città”.
Fa impressione, oggi, sentire l’acredine violenta attraverso le radio e le tv locali di quanti, invece di tacere per il lutto e mettersi a disposizione per aiutare,(per fortuna ci sono anche gruppi che lo stanno facendo) insultano ex post chi capita a tiro, fa rabbia che nonostante il buon senso e l’ordinanza di non usare le auto private ci sia chi invece circola senza urgenza. I tempi sono cambiati, peggiorando tutto, anche il senso civico e la percezione del proprio posto nel mondo, che intanto ci sta restituendo tutta la violenza che gli abbiamo fatto.
Monica Lanfranco
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Femminile plurale: il Nobel per la Pace 2011 va a tre donne
“Per la loro lotta non violenta a favore della sicurezza delle donne e dei loro diritti verso una partecipazione piena al processo di costruzione della pace”, questa la motivazione del premio condiviso quest’anno da tre donne diverse tra loro che in comune hanno la tenacia e la determinazione con cui hanno lottato per la pace nei rispettivi paesi. Ellen Johnson Sirleaf, presidente della Liberia, l’avvocatessa liberiana Leymah Roberta Gbowee, e l’attivista yemenita Tawakkol Karman.
La prima, Ellen Johnson Sirleaf, forse la più famosa, conosciuta come la Signora di Ferro africana, è l’attuale presidente della Liberia e in assoluto la prima donna a rivestire questo incarico nel continente africano. Economista, al governo dal 2005, si è impegnata nella ricostruzione del suo Paese, devastato da 14 anni di guerra civile che ha fatto 250.000 morti.
La seconda, Leymah Roberta Gbowee, avvocato e militante pacifista, anche lei liberiana, da sempre paladina nonviolenta dei diritti civili e soprattutto una delle più determinanti figure che hanno contribuito a mettere fine alle guerre che hanno dilaniato il suo paese mobilitando le donne africane contro la guerra civile che ha sconvolto per anni la Liberia.
Con loro divide il riconoscimento una rappresentante della “primavera araba”, l’attivista yemenita Tawakkol Karman, volto della protesta yemenita contro il regime di Ali Abdullah Saleh. E’ la più giovane, appena 32 anni, ha tre figli, è una giornalista ed è la fondatrice dell’associazione “Giornaliste senza catene”. Arrestata quest’anno dalle autorità yemenite per i suoi proclami antiregime è stata rilasciata in seguito alla protesta di migliaia di persone scese in piazza per chiedere la sua liberazione.
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le primavere arabe
Gli eventi che nel corso del 2011 hanno interessato l’Egitto, la Tunisia, la Siria, la Libia, il Bahrein, lo Yemen, ma anche il Marocco e la Giordania, ci inducono a guardare al mondo arabo con un altro sguardo. Il protagonismo delle giovani generazioni, la partecipazione popolare, le modalità dei linguaggi e le forme della comunicazione utilizzate nel corso delle manifestazioni che hanno messo in crisi i regimi autoritari ci fanno ipotizzare la presenza di realtà più complesse di quelle che siamo abituati/e ad immaginare.
Proponiamo un ciclo di incontri per indagare soggetti e realtà geograficamente molto vicine a noi che spesso vengono descritte in modo riduttivo, nell’intento di dare un contributo al dibattito in corso e offrire alcuni strumenti per una lettura più adeguata a comprendere il cambiamento nel mondo arabo. L’iniziativa comprende testimonianze di giornalisti e giornaliste, corrispondenti dei Paesi protagonisti del cosiddetto “risveglio arabo”, interventi di scrittori e scrittrici, esponenti della letteratura e della poesia araba contemporanea, proposte di documentari, film e una rappresentazione teatrale conclusiva.
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